"Reprocidio. Come distruggere un popolo colpendo madri e figli"
Questo libro è nato proprio dentro questa newsletter. Così ho pensato a un modo per dirti grazie.
Il 26 maggio è uscito per UTET il mio nuovo libro, Reprocidio. Come distruggere un popolo colpendo madri e figli, ma puoi già preordinarlo in tutte le librerie e negli store online.
Intanto io cerco le parole per raccontare questa cosa grande e per ringraziarti, senza retorica, ma con una piccola anteprima. Perché questo libro è nato proprio da qui, da questa newsletter.
Se sei qui da abbastanza tempo, forse ricorderai questo pezzo: Invece di chiedere “Perché le donne palestinesi partoriscono ancora?”, parliamo di reprocidio.
Quel numero mi aveva impegnato per settimane. Le ricerche non bastavano mai, e poi non bastava lo spazio per metterle in fila. Era nato da un tarlo che mi si era insinuato in testa dopo aver letto un commento ricevuto a margine di un mio articolo. L’articolo prendeva le mosse dalla vicenda di un neonato gazawi e di sua madre, che lo aveva lasciato nell’androne di un palazzo nella speranza che altri potessero dargli le cure che lei non poteva più garantirgli, e salvarlo.
Sotto quell’articolo, una persona aveva scritto:
“Io con una guerra in corso da 20 mesi non mi spiego come mai ci siano così tanti neonati quindi concepiti 9/10 mesi fa; fossi lì sinceramente non penserei a fare figli in un contesto così fragile e di morte.”
Quelle parole mi si erano appiccicate addosso. Le ho macinate a lungo, e mentre le macinavo ho iniziato a fare ricerca, perché non volevo farmi bastare la mia indignazione.
Allora scrissi:
Ma se vogliamo proprio farcela questa domanda - “Perché le donne palestinesi fanno ancora figli?” -, se pensiamo di averne il diritto o una qualche ragione, allora dovremmo quanto meno studiare, informarci, approfondire il contesto demografico e socio-culturale della Palestina; in alternativa, avere la decenza di tacere sul tema.
Ecco: questo libro è nato da lì.
Dal tentativo di non fermarmi alla rabbia, ma anche dal bisogno di capire che cosa c’è dentro quella domanda. Perché possiamo anche non dircelo, per pudore o per vergogna, ma quella domanda appartiene al nostro sguardo occidentale. Dice qualcosa di noi e del modo in cui guardiamo il corpo delle donne palestinesi, la maternità, la riproduzione, l’infanzia e il futuro di un popolo sotto assedio.
Avevo bisogno di nominare una violenza che non riguarda solo la morte, ma anche la distruzione delle condizioni perché la vita possa continuare.
Perché reprocidio significa questo: colpire un popolo nella sua possibilità di generare, crescere, curare, proteggere, tramandare. Significa distruggere ospedali, reparti maternità, accesso al cibo, all’acqua, al latte artificiale, alle cure prenatali. Significa rendere il parto un evento senza sicurezza, la gravidanza una condizione di esposizione estrema, l’infanzia un bersaglio e la genealogia una minaccia da debellare.
Non a caso, il primo capitolo dopo la nota metodologica si intitola proprio:
Perché in Palestina si fanno ancora figli?
Scrivendo Reprocidio, non ho voluto assecondare questa domanda, semmai smontarla, riportandola là dove nasce: dentro la storia coloniale, dentro la gerarchia tra vite considerate salvabili e vite considerate già perse, ma anche dentro la cornice della giustizia riproduttiva.
Qui sotto ti lascio una piccola anteprima: la dedica, l’indice e la nota metodologica.
Quest’ultima, per me, è fondamentale. Spero restituisca il lavoro lungo e delicato che c’è dietro questo libro: un lavoro che ho provato a fare muovendomi anche dal mio stesso white gaze, riconoscendone il limite e la violenza; per poi cercare di decostruirlo con la lente che più mi appartiene, quella dei diritti riproduttivi. Che è poi quella che provo a usare anche qui, ogni volta.
A chi resiste e resta umano, anche quando non conviene
Per supportare questo lavoro
Puoi preordinare il libro nella tua libreria o in tutti gli store online.
Se ti sembra un lavoro interessante
Puoi anche aiutarmi a farlo conoscere a più persone possibili?
Grazie 🙏 ! Davvero.
Ilaria Maria Dondi











Leggendo questo pezzo ho pensato subito a Il mio cuore libero di Majd Al-Assar.
La domanda “Perché fanno ancora figli a Gaza?” sembra una domanda razionale, quasi pragmatica. Ma in realtà, come scrivi, porta già dentro una gerarchia di vite considerate salvabili e vite considerate già perse.
Perché il reprocidio non è solo distruggere ospedali, maternità, accesso alle cure o al cibo. È anche insinuare culturalmente che, dentro certe condizioni, la vita non dovrebbe più continuare. Che mettere al mondo un figlio diventi qualcosa da giudicare, quasi da colpevolizzare.
Majd Al-Assar racconta che a Gaza datano la loro esistenza con le guerre, perché la guerra è stata lo sfondo permanente delle loro vite. E racconta anche che essere madre significa portare sulle spalle non solo il pericolo, ma il peso della paura dei propri figli, del loro panico, del loro fragile senso di sicurezza.
Perché continuano a fare figli?
Perché l’amore, la continuità e il futuro diventano ancora più radicali proprio quando tutto intorno prova a cancellarli. E invece di riconoscere la forza di questo amore, spesso lo troviamo assurdo, finendo così per cancellare anche una parte della nostra umanità.
Nel suo libro c’è una frase che mi ha attraversata: “un amore che si rifiuta di morire persino quando tutto intorno crolla”.
Ed è forse questo che facciamo fatica a guardare davvero. Invece di lasciarci inondare da quell’amore, di unirci alla sua difesa, spesso lo giudichiamo freddamente. E in questo modo finiamo anche noi dentro la cultura del reprocidio.
Per questo credo che il tuo lavoro sia così importante: perché sposta lo sguardo e insieme lo allarga. Non chiede perché la vita continui ostinatamente a esistere sotto assedio. Chiede piuttosto che cosa dice di noi il fatto che quella vita ci sembri incomprensibile.
Grazie davvero per questo lavoro.
ma evviva! non sapevo dell'uscita! <3